Di scuola e di giovani

Il rientro a scuola è stato bello, lo dico sinceramente. Sento la differenza tra quando faccio lezione davanti a uno schermo e davanti a delle persone. Sono più sul pezzo, ho più energia – l’energia che mi viene data dal camminare e dal gesticolare – mi viene più spontaneo e facile interagire. E davvero spero che si continui così fino alla fine dell’anno scolastico.

Questo non vuol dire che mi berrò le affermazioni degli spacciatori di ottimismo che, con analisi monumentalmente fatte coi piedi, vorrebbero farmi credere che tenere aperte le scuole non comporta un rischio aggiuntivo. Spero che questo rischio sia gestibile e che ci permetta di mantenere una certa continuità fino alla fine.

Però questo richiederebbe alcuni accorgimenti che non vedo, perché ormai ai piani alti hanno deciso che va bene così.

Di certo tra la presenza e la DaD è, in genere, meglio la presenza: ma il peggio non è la DaD. Il peggio è il singhiozzo tra una cosa e l’altra con preavvisi minimi, che ci costringe a improvvisare di continuo in un mestiere in cui non si può andare avanti con la sola improvvisazione.

Un’altra cosa: mi considero, ma già da prima, abbastanza sensibile alla sofferenza psicologica dei ragazzi. Quello che mi manda in bestia è che improvvisamente questa cosa è diventata di capitale importanza quando in realtà non è altro che l’accentuarsi di un trend che sta andando avanti da un po’, e di cui fino a prima della pandemia se ne sono fregati tutti. E torneranno a fregarsene nel momento in cui le cose torneranno a una parvenza di normalità, quando i giovani torneranno a essere il bersaglio preferito del disprezzo dei vecchi di ogni età, l’ultima ruota del carro delle politiche del lavoro, coloro che subiranno la negligenza nei confronti della salute e dell’ambiente da parte dei grandi che le decisioni le prendono.

Allo stesso tempo queste narrazioni li dipingono come soggetti passivi, appiattiti nel personaggio di vittima, entità prive di risorse proprie e di qualunque autonomia di pensiero, incapaci di metterci del loro per reagire e superare le difficoltà. Al massimo, sono strumenti retorici, non persone. I ragazzi ce la faranno a superare questa situazione, chiaramente la supereranno meglio se saranno aiutati senza indulgere nella pietà.

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